Day 1 – La strada che da Colombo conduce a Kandi, pare sia la più trafficata di  tutto lo Sri-Lanka; due sole corsie che devono sgomitare tra negozietti, lavori, bici contromano, vacche e cani, oltre ai soliti tir e autobus che procedono a 10 km/h; nel tratto finale poi sono curve e montagne. Risultato: 105 km in 3.20h. Rizwan – il nostro professionalissimo taxi driver –  dice che ci è andata bene perché è festa nazionale per la Full Moon, altrimenti avremmo impiegato 5h. Anche qui l’impressione è quella di quasi tutto il sud-est asiatico, ossia uno scorrere della  vita e degli affari senza soluzione  di continuità lungo tutto il tragitto tra aeroporto e Kandy. Arriviamo che è quasi buio e il fenomeno dell’hotel ci comunica che l’ospite che occupa la nostra stanza ha avuto un problema di salute (col senno di poi … forse COVID) e le altre stanze sono tutte piene. Tiro giù mezzo calendario singalese e tra varie peripezie riusciamo a prendere un  altro hotel nei pressi, anzi ancora più centrale, anzi nel mezzo dell’incrocio più trafficato della città; fortunatamente le  stanze sono senza finestre!!! Nel pieno del jet-lag decidiamo di provare subito la cucina singalese all’hotel Sharon Inn suggerito dalla LP, una tranquilla terrazza in collina con buffet  vegetariano di curry, davvero valido. Sono solo le 21.30 ma in città già tutto tace e gli ultimi negozi aperti stanno spazzando il marciapiede, prima di abbassare la saracinesca.

Day 2 – Per quanto il centro di Kandy sia abbastanza compatto, i luoghi da visitare sono sparsi sulle colline che la circondano, per cui vale la penale  noleggiare un tuk-tuk per l’intera giornata per non perire sotto i colpi del solleone. Contrattiamo 1.500 LKR per il giro medio – quello che esclude i templi a 22km dalla città – e facciamo prima tappa al Tempio del dente d’oro, nel centro della cittadina. Tra storia e mito, il tempio pare sia stato costruito attorno ad uno dei denti del Buddha, preso dalla sua pira funebre, e messo in bella mostra qui nel tempio. È domenica e i pellegrini accorrono a frotte, tutti vestiti di  bianco, il colore sacro al buddismo. Veniamo risucchiati nel vortice mistico: la gente è un fiume che deve percorrere un itinerario stabilito, attraverso transenne, per avere poi solo il tempo di porgere un inchino da lontano (no photo) alla sacra teca contenente il  dente; bellissima esperienza. Il complesso templare è davvero enorme e il sole inizia ad arroventare il calpestio. Nella parte esterna, tanti piccoli stupa, altri microtempietti, l’offertorio con le candele, un albero sacro ed una gran folla in preghiera  che dona al luogo un’aurea davvero mistica. Proseguiamo per il giardino botanico Paradenyia, a circa 6km da Kandy, situato in un’ansa del fiume; una bellissima oasi di verde, ombra e fresco, con una miriade di piante mai viste e alcune davvero molto particolari. Dopo uno spuntino a base di fritti dal contenuto ignoto, ma rigorosamente vegetarian, saliamo sulla collina al Bahirawakanda Vihara Buddha Statue, un gigantesco Buddha bianco che domina la città; scopriremo poi che ogni città ha il suo Buddha gigante. Da quello di Kandy c’è anche una splendida vista sulla città ed un bel via-vai di fedeli da immortalare. Finito il giro ci accomiatano dal driver e – giusto il tempo di una doccia – siamo di nuovo in marcia lungo i portici di Kandy, con le sue architetture coloniali, passando vicino al Tempio del Dente d’oro e sul lungolago, fino al Kandyan Art Association, un teatro dove si svolgono le danze folcloristiche singalesi; qui la particolarità dello spettacolo è il finale con passeggiata sui carboni ardenti e mangiafuoco vari, dove veniamo anche invitati a sederci al bordo brace, davvero coinvolgente nel finale. Abbiamo solo le forze per cenare, in una Doseria un locale specializzato in dosas, delle crepes croccanti a base di farina di lenticchie, servita in vassoi di ferro con dhal, hummus e curry, tutto rigorosamente vegetariano e da mangiare con le mani. Yummhi.

Day 3 – Sul presto siamo alla stazione dei bus; ce ne sono davvero tanti, a ogni minuto  verso praticamente ovunque. Inutile sperare di sapere uno straccio d’orario, “no timetable, sir” si chiede, si gesticola e poi si trova il bus per Dambulla “leaving in 10 minutes, sir”. I bus della compagnia CBT avranno mediamente 50 anni, ma partono puntualissimi e, se presi al capolinea, ci  si siede sempre. I prezzi sono davvero ridicoli e nei 20 minuti pre-partenza è tutto un andirivieni di nocciolineeeee, penne e quaderni, acqua frescaaa, lotteriaaaa  e accattatavìll’. Per Dambulla saranno 2h di gran manico al volante; la città è una sorta di mega-incrocio che smista traffico tra nord, sud e est dell’isola, un porto franco dove forse si può trovare di tutto, anche un elefante ammaestrato a volerlo cercare. Fermato il bus e scesi i passeggeri è caccia aperta ai visi pallidi; il tuk-tuk driver che ci ingaggia ci fa un’offerta davvero allettante che ci fa guadagnare un giorno, per cui accettiamo senza neanche contrattare troppo. Sul suo tuk-tuk ci fa scorazzare per Dambulla, portandoci a visitare il Cave Temple, un complesso monastico in alcune grotte sul sul fianco di una collina. Sono 250 gradini sotto il solleone e accompagnato da santi singalesi, per poi giungere ad un tempio rupestre che toglie il fiato – che già era poco. Una sorta di cortile sul fianco della montagna dà accesso a 5 grotte che sono altrettanti templi. Il secondo e il terzo in particolare sono molto belli e con un’aura profonda di misticismo e non viene proprio voglia di andar via, al punto che uscendo, decidiamo di visitarli nuovamente. Una volta scesi dal tempio sulla collina facciamo tappa al Golden Temple dove si trova il Buddha gigante di Dambulla, dorato e superkitch, con annesso mezzo attacco da parte delle scimmie. Il nostro tuk-tukista, come da accordi, ci molla ad un suo amico jeepmunito con cui ci avventuriamo in una riserva nei pressi di Habarana, per l’elephant safari – “no elephant, no money sir”. All’inizio è lunga attesa e coda di jeep per entrare, sterpaglia alta e qualche elefante di cui becchiamo la schiena o la proboscide tra la folta boscaglia. Poi, più avanti, dopo una serie inenarrabile di buche, una radura con un tre gruppetti di elefanti, con alcuni elementi molto giovani e una femmina in evidente stato interessante. Rimaniamo qui quasi un’ora, poi, sulla strada verso l’uscita il driver si ferma al ruscello, dicendoci che a volte si beccano gli elefanti a bere. Siamo soli, tempo 30 secondi e arriva una mamma col cucciolo a bere; se mai avessi voluto descrivere un momento magico ed emozionante non avrei potuto scegliere episodio migliore. Motore spento, nessuna jeep oltre la nostra, siamo noi tre in religioso silenzio, e questi due esseri straordinari che si abbeverano al torrente a tre metri da noi. Brividi e occhi lucidi. Arrivano due jeep a rompere l’incantesimo e ripartiamo … Il driver dice che siamo “very lucky people” e prosegue lungo un sentiero tracciato nella boscaglia. Ho lo sguardo basso e neanche mi rendo conto di quello che succede: il driver inchioda, mette la retromarcia e parte a razzo all’indietro. Alzo lo sguardo e una mamma elefante col cucciolo tra le gambe ci attacca, proboscide alzata e orecchie aperte … percorre dieci metri e poi vira nella boscaglia. Noi tre ci guardiamo increduli. Wow che esperienza. Da Habanara a Sigirya sono venti minuti immersi nella foresta che, intorno alla sacra roccia, inizia ad essere davvero fitta. Arriviamo quasi ai piedi della roccia al bb prenotatoci dal tuk-tukista di Dambulla; una casa in campagna con due stanze con terrazzino che guardano un pezzetto di foresta con la roccia sullo sfondo. Non male. Surya il proprietario, un tuk-tukista con passato da chef negli alberghi delle Maldive, è un po’ troppo presente ed accudente per i nostri standard e il ristorante del suo amico “like brother for me” è veramente un postaccio dove mangiamo male, ma male male. Siamo a letto che tentiamo di addormentarci quando PAM si sente un gran botto e poi PEM un altro a poca distanza. Arriva Surya tutto trafelato che ci spiega che alcuni elefanti dalla foresta stavano entrando nell’area cittadina di Sigirya e che alcuni proprietari hanno sparato a salve; qui tutti hanno dei raudi in casa per tenere lontano gli elefanti dalle terre e dai giardini.

Day 4 – Sveglia presto, ci attende un’ora abbondante di tuk-tuk vs Polonnaruwa, non proprio il massimo della vita, specie quando sei ancora assonnato. Fortunatamente la strada è buona e l’ombra della foresta fa un bel fresco; Surya ci conferma che si tratta di una zona con gli elefanti in libertà e potremmo trovarceli ad attraversare la strada. Tutto fila liscio ed arriviamo al parco archeologico della Ancient city: 25$ a testa equivalenti in LKR e passa la paura. Il parco archeologico è davvero enorme e le rovine sono anche a parecchia distanza tra loro, per cui o tuk-tuk, oppure si cammina/pedala sotto il  sole. Il parco è tenuto molto bene e ci stiamo rendendo conto che il paese è molto pulito per terra, lungo le strade, niente carte, plastica o cumuli di spazzatura, per giunta, senza che si veda un cestino per i rifiuti in giro. Per le 15 siamo di ritorno al bb, con annesso avvistamento di elefanti lungo la strada. Giusto il tempo di una rinfrescata e siamo di nuovo operativi al parco archeologico di Sigirya Rock: 30$ equivalenti e ripassa la paura, con annesso un bel museo (bella è proprio la struttura che ospita il museo).  L’avvicinamento alla rocca avviene lungo le rovine di quello che probabilmente doveva essere un villaggio che vi prosperava ai piedi. Anche qui, senza voler salire alla rocca, ci sono un bel po’ di scale da fare, prima di guadagnare l’uscita laterale. Io continuo, ma giusto per arrivare a quella che io penso sia  la base, ovvero i Lion feet, gigantesche  zampe di leone in muratura. “Straight on” è la risposta alla mia richiesta di indicazioni, ma si entra in una sorta di circuito chiuso da cui non è possibile tornare indietro, dove salirò un numero esagerato di gradini per approdare prima agli affreschi rupestri sul fianco della montagna – che poi come avranno fatto a dipingerli lì? Mah! – e poi, attraverso un’altra scalinata infinita, sono ai Lion feet, ma a questo punto ho già fatto i due terzi del 1.250 gradini, per cui piccola sosta, colpo di reni, e su fino in cima. Non che rimanga molto da vedere, ma la vista dall’alto al tramonto è davvero davvero eccezionale. Tornato alla base, le  gambe mi fanno giacomo-giacomo e Surya viene a raccattarci: stasera la moglie ci ha preparato un curry with rice casalingo che è davvero davvero strepitoso. Direi che siamo – a ragione – più che lessi per oggi.

Day 5 – Alle 8 Surya ci riporta a Dambulla col suo tuk-tuk e da lì bus veloce stavolta – i pullmini da 20 posti – fino ad Anuradhapura. Ma incappiamo in un controllo della polizia, il primo dei tanti, per cui perdiamo tutti i vantaggi del bus veloce; al controllo tutti i locals sembrano molto rilassati e pare ci abbiano fatto l’abitudine a questo prezzo da pagare per mantenere una pace stabile. Alla stazione dei bus solita contrattazione per tuk-tuk; molliamo le borse in hotel e siamo già pronti per il parco archeologico, ancora più grande questo, per cui girare in tuk-tuk è d’obbligo, a meno di voler noleggiare un motorino che neanche troviamo. 25$ equivalenti per le pagode più grandi al mondo, seconde solo alle piramidi d’Egitto. Veramente bello e vivo e molto molto ben tenuto. Alla sera tentiamo di assecondare una piccola voglia di shopping del capo, ma nonostante Anuradhapura sia molto estesa, lungo il corso principale ci sono praticamente solo empori e negozi per locali, come se il turismo non esistesse qui; in effetti eravamo davvero pochini a zonzo per le rovine stamattina. Col buio cerchiamo anche di mangiare ma nulla, a parte i triangolini fritti, non ci sono ristoranti ed i pochi hotel – i ristorantini locali – hanno tutti la musica a bomba. Una rapida consultazione della LP e finiamo allo Shalini hotel (questo un hotel vero e proprio, ma con ristorante) che pure ha solo curry rice, ma almeno su una bella terrazza via dalla pazza folla. Per quanto riguarda invece l’hotel dove alloggiamo, stavolta booking ci ha tirato un brutto scherzo, pazienza, si tratta di una sola notte.

Day 6 – Sveglia all’alba, ma poi il bus per Trincomalee parte alle 8 e non alle 7 e i sedili doppi non accomodano 2 persone. Sul bus verso le province Tamil i visi si fanno più scuri e affilati, occhi e denti sembrano più bianchi. Prendiamo possesso della stanza al Dyke rest, un bb per back-packers surfisti proprio sulla spiaggia; rinfrescata veloce in stanza e andiamo a visitare subito il Kandasamy Kovil, il tempio hindù sul promontorio, con un gigantesco e coloratissimo Shiva gigante. Proseguiamo in città, non propriamente bella, ma comunque con un paio di strade con mercato, empori, post office e qualche hotel che serve pranzo a base di curry rice – che due palle. Il pomeriggio lo trascorriamo sulla spiaggia del Duke; c’è un gran vento, il mare è incazzato e la spiaggia è sporca e puzzolente, ma una baia stupenda; un vero peccato. Anche il golfo interno ha un potenziale pazzesco: per ora c’è un solo il Dutch Bank Cafè sulla strada buia del lungomare, dove gli unici commensali sono stranieri (e una coppia giovane cingalese).

Day 7 – Sveglia e colazione on the beach; arriviamo alla bus station con tuk-tuk e da qui verso Nilaveli. Il Sand Life Resort è davvero un bel posto; capanna in legno nuove di pacca, un bel ristorante sulla spiaggia e qualche lettino con tettuccio di foglie di palma, con pochissimi fronzoli. Peccato per il mare agitato e per le micro plastiche sulla spiaggia, ma al Sand Life non gli si può dire nulla. Ah sì, non ha sedie comode né sdraio oltre ai lettini di cui sopra. Di notte al resort di fianco – peraltro semideserto – ballano al ritmo di musica hindi fin quasi all’alba.

Day 8 – C’è molto poco da fare a Nilaveli, al Sand Life Resort, se non indulgere in quel che il nome del resort suggerisce: Sand Life. Si comincia al mattino tardi, con una colazione all’ombra delle palme, per poi trasferirsi su un lettino in spiaggia e cominciare una lenta ripetizione di sonnellino, bagnetto, sole, da ripetersi all’infinito nella giornata. A rompere la bellissima monotonia, una gita pomeridiana a Pigeon Island, un piccolo isolotto con barriera corallina di fronte a Nilaveli, parco naturale protetto con tanto di tariffa d’ingresso e percorso snorkeling super segnalato e super sorvegliato. Due belle baie protette dove avvistare tartarughe, squali, barracuda, tutto il campionario di pesci tropicali e di varia umanità asiatica a bagno con al seguito nonna, nuora, 18 bambini e 6 fratelli, anche loro con nonna, nuora, altri 18 bambini, e così via. Alla sera, la monotonia si spezza nuovamente con una lauta cena a buffet in spiaggia, con i piedi nella sabbia.

Day 9 – Di nuovo a Trinco per andare poi verso nord, a Jaffna; siamo con 2 tragiche ore di anticipo sull’orario di partenza del bus diretto, per cui decidiamo di anticipare la partenza, spezzando il viaggio con una tappa intermedia e cambio bus. A poco meno di un’ora da destinazione, a Kebitigollewa, un controllo di polizia che è quasi una frontiera interna, tutti scendono, tranne le donne coi bambini (e suppongo i vecchi), per attraversare a piedi il checkpoint. Noi facciamo gli indiani e rimaniamo seduti, ma non siamo esenti da controllo passaporto e ispezione borsa. Poi si attraversa il checkpoint, risalgono tutti e si riparte. Un peccato non visitare questo posto perché sembra essere un immenso mercato che forse avrebbe meritato maggior approfondimento. Arriviamo a Jaffna giusto in tempo per il tramonto al forte, poi è domenica e l’area del mercato è quasi completamente chiusa. L’Heritage hotel si dà delle gran arie, ma poi si scopre essere una mezza sòla over-priced, così come la cucina indiana veg del Mangos, con personale non proprio amichevole.

Day 10 – Piccolo giro mattutino a Jaffna, con annessa funzione nel tempio Nallur Kandaswamy, il Cankili Arch e una serie di altri edifici e templi più o meno degni di nota, per chiudere poi la giornata al mercato e un pranzetto a base di fritti ignoti. La voglia di mare è tanta, per cui decidiamo di trasferirci a Kayts, una delle tante isolette che orlano la baia di Jaffna. Siamo unici ospiti del Allai Samudra Beach Resort, un posto veramente pessimo, su una laguna profonda si e no 5 cm che non consente neanche un bagno. Decidiamo di perdere i soldi della prenotazione, torniamo in centro e becchiamo un night-bus verso Colombo, stavolta un bus stile europeo con i sedili reclinabili. Più che un night bus è un music bus con la musica hindi a cannone e temperatura a -17°C, con un paio di controlli di polizia nel cuore della notte. Una notte di emme.

Day 11 – Trovo che i luoghi delle partenze – stazioni, porti, ecc – abbiamo un fascino tutto particolare all’alba. E la stazione dei trani di Colombo ha fascino da vendere, a cominciare dalle biglietterie che sembrano ferme ai primi del ‘900. Attorno al corpo centrale una miriade di hotel, i piccoli ristorantini locali. Impossibile per noi fare colazione a riso e pollo al curry, prendiamo due thè e un filone di pane in cassetta; vorremmo della marmellata, ma il tipo non ne ha. Tempo 30 secondi ed ordina ad un ragazzetto di andare subito a comprare la marmellata. Fantastici! Le seconda classe del treno locale è davvero comoda; noi siamo lessi per la notte insonne e dobbiamo dormire a turni per non perdere la nostra stazione. Arrivati a Mirissa scopriamo che l’hotel prenotato ha mentito su booking e non è sulla spiaggia; ci fermiamo comunque una notte ma poi traslochiamo al Oyo Surf Sea Breeze, nella parte finale della spiaggia verso ovest, quella molto tranquilla. La parte centrale della spiaggia è piena di locali e potrebbe essere tranquillamente a Ibiza o Mykonos, ma è abbastanza lontano. Lungo la strada costiera c’è un po’ di vita e negozi e ci concediamo addirittura una pizza che – attenzione – non è niente male.

Day 12 – Sole. Mare. Foto. Cibo. Sonnellino. Se non siete surfisti, questa sarà la sequenza delle attività sulla spiaggia di Mirissa – non necessariamente nella stessa sequenza. Il vento è teso e il mare incazzato. Tuffarsi non è agilissimo, dato anche che ci sono scogli e una marea di ricci e una volta dentro bisogna cavalcare le onde. Il lato destro – il nostro, a ovest – è per surfisti che disegnano scie argentee sui cavalloni e per chi vuole stare fuori dalla pazza folla ed ha un minimissimo di coraggio a buttarsi in acqua tra scogli, ricci e tavole da surf … ma si può fare. Pranziamo piedi nella sabbia al nostro nuovo hotel, all’ombre di un bellissimo palmeto. A fine giornata un po’ di shopping tra i negozietti sulla statale e poi cena a base di pesce on the beach nella parte centrale (botta di vita).

Day 13 – E’ il grande giorno delle balene; ebbene si, abbiamo comprato un pacchetto, ma pare che si debba fare, dato che lo SL è uno dei pochi posti al mondo in cui le balene sono presenti 12 mesi l’anno. Sveglia fantozziana alle 5.00, tuk tuk fino al porto, tantissime barche e gran folla. Una volta imbarcati tutti i turisti – c’è un po’ di confusione per capire quale sia la propria barca – è una specie di pronti, partenza, via, partono tutte assieme e sembra quasi una gara a chi arriva prima. Funziona cosi: una volta al largo le barche si disperdono, ma non tantissimo, sono sempre a vista. Quando una barca vede le balene abbastanza vicino, tutte le altre si affrettano per avvicinarsi alla prima. Al primo spruzzo della prima balena alcune barche rischiano di cappottarsi, nonostante le istruzioni di non buttarsi mai tutti su un bordo della barca. Le apparizioni sono brevi e fugaci – ci dicono che sono esemplari giovani, che salgono in superfice per poi sparire rapidamente – ma almeno balene e delfini ci sono. Rientriamo per ora di pranzo, nuovamente con i piedi nella sabbia e poi sarà di nuovo mare, sole, pappa, foto, shopping.

Day 14 – Siamo all’ultimo giorno; ce lo siamo riservato per trascorrere pomeriggio e sera nella vicina Galle, dopo una mattinata di mare, sole, pappa. Un’ora e un quarto di tuk-tuk sulla trafficatissima statale costiera e si arriva a Galle. Prima di entrare nel forte, la cittadina è iù o meno come tutte le altre ciste finora. Gran caos e ben poco che colpisca il visitatore. Poi qui si varca la porta del forte e si viene proiettati nell’800. Il forte portoghese è conservato davvero benissimo; è un piccolo gioiello coloniale restaurato e vivo, ma in fortissimo contrasto con lo Sri Lanka visto fuori dal portone del forte. L’atmosfera è davvero bella e rilassata e anche i vari ristoranti presenti tra le viuzze coloniali hanno tantissimo charme.

Day 15 – Stasera si parte; abbiamo giusto il tempo per una mattina a base di mare, sole, pappa con i piedi nella sabbia. E poi sarà di nuovo il professionalissimo Rizwan col suo taxi a riportarci in aeroporto. Documenti prego. Bye Sri Lanka.