
ADDISA ABEBA – LANGANO LAKE (GIO 11 AGO)
Cielo grigio e pioggia accompagnano la sveglia delle 6 del mattino ad Addis Abeba. Facciamo colazione con un buon caffè – surprise, ma mica tanto, visto che l’Etiopia è uno dei maggiori produttori – e conosciamo i 4 driver che ci porteranno a zonzo per 2 settimane, su 4 Toyota Land Cruiser. Io sono nella numero 4 e il mio driver si chiama YIOB, un ragazzone di 26 anni bello paffutello per gli standard Etiopi.
Addis Abeba la attraversiamo velocemente, puntando verso sud. Mi sembra la città Africana perfetta: l’asfalto si alterna allo sterrato, la baraccopoli al palazzo di vetro scintillante, bus stracolmi a minibus ancora più stracolmi. Piove e al passaggio di una carovana di 4 jeep le dita si allungano e i denti bianchi esplodono in quei sorrisi Africani che ti resteranno appiccicati come un marchio a fuoco, forse perché – secondo i nostri standard – ci sarebbe davvero poco da sorridere. La città cede il passo rapidamente alla campagna e un fiume umano sembra comunque accontentarsi di una vita ai bordi del nastro d’asfalto. Al nostro passaggio, gruppi di bimbi iniziano a correre, impazziscono, gridano e accorrono. Ovunque è un incessante “YOU YOU YOU” e “FARANJI FARANJI (straniero)”, ad ogni sosta foreste di dita e braccia crescono all’istante al mio finestrino.
La prima tappa è una chiesa Ortodossa di rito Copto (come tutte quelle in Etiopia), scavata nella roccia; si trova a MELKA AWASH, ed è la chiesa più meridionale dell’Etiopia. A sud di questo punto troveremo solo moschee o culti animisti. La litania del pope diffusa al microfono da un tono solenne anche alla pioggerellina, riempie gli anfratti e le nicchie nella roccia, in cui i fedeli si rintanano in preghiera, con un vangelo tra le mani.
Un’altra ora d’auto ci separa da TYIA, dove vediamo le prime steli del viaggio. Non si tratta di steli monumentali come quelle di Axum, ed il sito è davvero piccolo, tuttavia il custode-guida parla un Inglese letterario e lento, che riesce anche a catturare l’attenzione; sembra preparato e ogni tanto butta lì una parolina d’Italiano o Spagnolo. Sosta per il pranzo a BUTAJIRA, dove facciamo conoscenza col piatto nazionale – nonché unico piatto e piatto unico di una nazione che in cucina non sembra dare il meglio di sè. Si tratta di una piadona ottenuta col TEF, un cereale indigeno, dalla consistenza spugnosa ed elastica e dal sapore leggermente acido. Sulla piada si mette il companatico: lenticchie speziate, patate al berbere, cavolo, rapa rossa, altre verdure, riso e vai con la fantasia. Si rompe un pezzetto di piada e lo si usa per raccogliere il companatico; niente posate e neanche fazzolettini. A fine viaggio avremo imparato a finire il pranzo con dita linde. Scopriremo inoltre che il nostro lascito coloniale è soprattutto nel menù. Oltre all’Injera, al riso con le verdure e alle omelettes, gran piatti di MACCARONI e SPAGHETTI rigorosamente scotti e con sughi mostruosi. Si guida – e tanto – nella Rift Valley; ogni tanto ci si ferma per una foto, di quelle che serviranno a ricordarti che sei stato in Africa e hai visto pianure infinite, montagne maestose e cieli che non pensavi esistessero. Si fotografa il lago ZIWAY al tramonto, col suo spettacolo di Pellicani e Marabù che sono lì in attesa delle viscere dei pesci lasciate loro dai pescatori, oramai completamente ammansiti ed addomesticati a questo rito del lancio degli avanzi. Arriviamo alla nostra prima tappa, sul lago LANGANO, presso il VINNIE LODGE, che ancora mancano 20km di sterrato e guadi (eh si, ieri è piovuto tanto) e l’attraversamento di un ponte fatto con un container, per il quale dovremo smontare il bagaglio sul tettuccio della jeep. Il Lodge è fantastico, tanti bungalow tra la jungla, in riva al lago ed un ristorante-tettoia arredato in stile safari; pazienza se la cena sarà dimenticabile. Il sottofondo di rumori della foresta e la stellata non li dimenticheremo.

LANGANO LAKE – YABELO (VEN 12 AGO)
Si sa che in Africa non sempre ci sono luci a disposizione e che bisogna “spremere” ogni minuto di luce, per cui la sveglia alle 6 non mi coglie impreparato. Arriviamo ad AWASA per il mercato del pesce e nel parcheggio già siamo circondati. Fortunatamente abbiamo biro, t-shirt e caramelle, ma sarà dura comunque farsi largo nella selva di bambini. Il mercato è un capannone a ridosso della riva dove i pescatori scaricano i pesci d’acqua dolce – noi abbiamo adocchiato un solo tipo di pesce, la Tulapia. In un angolo l’asta, la contrattazione, decisamente animata. A terra montagne di pesce vengono puliti e sfilettati con quattro rapidi gesti dai più esperti; un bimbo per ogni banchetto provvederà poi a spellare il pesce con i denti. Sui banchi si appostano i meno esperti, quelli che hanno bisogno anche di dieci minuti per sfilettare un pesce – contro i venti secondi dei più esperti. Gli avanzi vengono raccolti dai bimbi acchiappa-turisti; lanceranno infatti agli uccelli i resti. L’obiettivo di qualche turista incrocerà la traiettoria e dovrà scucire qualche Birr (1 Birr = 0,04 EUR). Il piccolo sito di steli di TUTU UFELA richiede impegno, soprattutto ai driver. Uno dei nostri quasi cappotta, finendo con una ruota in un canalone e dovendo ricorrere all’argano della nostra jeep. Non interveniamo, ma i nostri bravissimi driver risolvono in meno di mezz’ora. Nel villaggio siamo le star: chiunque fosse in qualche faccenda affaccendato, la interrompe e si unisce al codazzo-corteo che ci segue sulla collinetta con le steli. Si tratta di steli ancora meno imponenti delle precedenti, tutte di forma fallica; molto probabilmente si trattava di guerrieri. Sulla strada per YABELO, lunga, infinitamente lunga e dritta, sembra che l’intera Etiopia si sia riversata a vivere ai bordi delle strade. E’ praticamente impossibile fermarsi in un luogo solitario, neanche sugli altipiani semi-desertici che precedono le montagne boscose e sembra quasi che i bimbi, in questo paese, crescano spontanei, come la vegetazione circostante. YABELO è poco più di 2 strade in croce. Il YABELO MOTEL – presso la stazione di servizio della Total – ha stanze nuovissime e pulite. Bar e ristorante pullulano di turisti – alla fine, saremo sempre gli stessi 30/35 a re-incontrarci in ogni luogo – ha la televisione ed una cucina pessima.
YABELO – KONSO (SAB 13 AGO)
YABELO è lo snodo verso ovest, verso la bassa valle dell’OMO, ma prima conviene continuare verso sud, sul nastro d’asfalto che fende la montagna, lungo gli altipiani; potrebbe sembrare infinito, ma improvvisamente lascia il passo a 20km di sterrato. Se non fosse per la piccola moschea costruita sul bordo del cratere, le jeep potrebbero finirci dentro. Improvvisamente si apre infatti un cratere, con un dislivello di 400m. Siamo a EL SOD e sul fondo del cratere che sembra disegnato da un bimbo, tanto è perfettamente conico – un grosso occhio nero sul fondo, un lago salato che funge da miniera di sale. Difficile tenere a bada l’entusiasmo dei bimbi, ma un guard-man armato di frustino ce li tiene a debita distanza nel timore che andassimo via senza pagare il biglietto d’ingresso. Iniziamo la discesa da veri ardimentosi, incuranti del caldo che, come un girone dantesco, aumenta ad ogni curva. Qui, come nel resto dell’Etiopia, tutti smetteranno di fare ciò che stavano facendo, in presenza dei faranji, ma solo per riprendere a farlo dietro pagamento; saranno lunghe ed animate le contrattazioni per vedere 3 operai che si tufferanno nel lago per raccogliere il fango salato sul fondo o qualche bel cristallone di sale fuori dalle acque. Almeno, alla fine, non potranno sottrarsi alla foto-ricordo di rito. Iniziamo la risalita incrociando gli operai che scendono nel cratere per tornare al lavoro; c’è la possibilità di risalire a dorso di mulo, ma il proprietario non fa 1 Birr di sconto. Capiremo dopo il perché, circa 1,5h dopo, quando arriveremo stremati alla piccola moschea in cima, completamente disidratati e impolverati. NON SOTTOVALUTARE. Un improvvido compagno tira fuori dallo zaino alcuni giochi … ed è ressa di bambini … troppa … alcuni prendono qualche scudisciata di troppo da guardman e partono i pianti … ma l’errore è stato nostro. Sulla strada di ritorno verso Yabelo, abbiamo il tempo per fermarci, nei dintorni di DUBLOCK, ad ammirare uno dei POZZI CHE CANTANO. Si tratta di pozzi posti alla fine di una rampa in discesa di 30/40m, dove le mucche accedono per bere. Nel fondo del pozzo, fino all’abbeveratoio, si forma una catena umana per il passaggio dei secchi, con gli uomini che intonano una litania, da cui il nome. Anche qui lo spettacolo viene allestito ad uso e consumo dei turisti, per cui prima contrattiamo il prezzo. Tornati al Yabelo Motel per un pranzo decisamente migliore della cena della sera precedente, proseguiamo poi per KONSO. Saranno 4 ore di sterrato e di distribuzione di caramelle, ma saremo ripagati dal bellissimo KONSO HOTEL, in alto, terrazza con un sicomoro gigante che domina la valle sottostante e camere in stile capanna locale – forse un po’ Valtur – gestito da un Etio-Svizzero con baffetti alla Hitler. Ottima la cena, ma ancor di più la luna piena che illumina a giorno anche dopo le 22, quando la corrente va via.

KONSO Etnia KONSO – TURMI (DOM 14 AGO)
Se non ci avessero detto che avremmo visitato un villaggio dell’etnia KONSO, forse non ce ne saremmo accorti. Al di là dell’architettura del villaggio, della sua urbanistica, l’etnia dei KONSO non ha segni distintivi sul corpo o nell’abbigliamento. Nel villaggio di GESERGIO si scatena nuovamente l’isteria collettiva di donne e bambini per la visita dei faranji, ed è tutto uno spingere, un chiedere, un pizzicottare per una foto che si dovrà pagare 2 birr. E’ molto carina e originale la disposizione dei villaggi conso, con “stradine” ricavate tra le diverse proprietà e bordate da palizzate di legno che lasciano intravedere capanne, cortili, capre. Nella piazza principale, oltre la stele del notabile di turno ci sono anche le pietre matrimoniali, ovvero delle sfere di roccia che la coppia di sposi dovrà sollevare per dimostrare di essere pronti al matrimonio. Ai bordi del villaggio ci sono anche le formazioni orografiche note come NEWYORK, ovvero dei pinnacoli di argilla altissimi, nati per erosione di acqua e vento; non male, ma andrebbero visti al tramonto per avere la luce migliore, mentre noi siamo all’alba ed è nuvoloso.
Finita la ressa presso il villaggio, scortati dalla guida, che è un simpatico professore sui 60 anni – fa lezione nei vari villaggi dei Konso – dirigiamo verso la residenza del RE DEI KONSO. Prima di arrivarci visitiamo anche i totem dei suoi avi, in particolare quello di suo nonno e suo padre, nella boscaglia circostante il palazzo reale. Il re è un ingegnere di 45 anni che ha studiato ad Addis Abeba, che occupa una sorta di micro-villaggio personale, ovvero una quindicina di capanne, circondate da un muretto e con la tipica entrata bassa dei Konso – in modo che sia amici che nemici dovessero piegarsi in avanti entrando. C’è la capanna adibita a stanza da letto, quella per la cucina, il magazzino, ecc, con una “corte” di circa 10 persone. Il re dorme rigorosamente da solo, perché la moglie nel letto gli farebbe fare brutti sogni. Esperienza interessante. La strada per TURMI è lunga e sterrata. Yiob, il nostro driver ci dice: “niente foto, altrimenti ci lanciano le pietre e rompono i finestrini”. OK capo!. Effettivamente, il paesaggio cambia e anche la fauna umana ai bordi delle strade. Siamo nel pieno dello stato delle SOUTHERN NATIONS, le tribù-nazioni che popolano la bassa valle del fiume OMO, il vero obiettivo del nostro viaggio. Corpi snelli, alti, affusolati, ornati di perline, capelli impastati con l’argilla e fucili a tracolla; donne che si sobbarcano taniche d’acqua e cataste di legname. Uomini col tipico bastone frustino e l’immancabile sgabellino che funge anche da cuscino. Arriviamo all’EVANGADI LODGE che la luna sta sorgendo; ci hanno preparato una gran teglia di bucatini con pomodoro e cipolla crudi … e la fame è tanta, non si va per il sottile. Incontro Francesco e Carla, con cui avevo viaggiato in Cina; il mondo è davvero piccolo. Il loro tour volge al termine e le dritte su come trattare con le tribù sono molto ben accette.
TURMI – Etnia HAMER (LUN 15 AGO)
Sveglia all’alba in un caldo quasi soffocante; alle 7,30 siamo già al villaggio dell’etnia HAMER. Ci vengono incontro, ci stringono la mano. Sensazione di impaccio generale … sono vestiti di sole pelli, le donne ornate con perline e conchiglie ed i capelli impastati nell’argilla. La guida ci dice che c’è un prezzario ben preciso: 2 birr per ogni persona che viene fotografata. Un gruppo di 4 persone costa 4 birr. Ci siamo premuniti ed abbiamo cambiato i nostri soldi in tagli da 1 birr – sembra che abbiamo svaligiato una banca. Qualsiasi attività nel villaggio viene abbandonata e tutti accorrono nel piazzale dove siamo noi; chi si mette in posa e chi ti tira per il gomito per essere immortalato. Ben presto diventa quasi un incubo; il villaggio è molto bello, così come lo sono loro, ma la sensazione è davvero brutta, con una bella dose di aggressività per una mossa sbagliata o per una persona di troppo inclusa nella foto che non è stata pagata. Alla fine la tecnica sarà quella di scegliere i soggetti da fotografare, separarli dal resto del gruppo e scattare un ritratto stile Album Figurine Panini. Non è esattamente il mio concetto di fotografia, ma o così o niente. Scatto si e no dieci foto. Verso le 12 torniamo a Turmi per il mercato – i mercati iniziano tardi perché le popolazioni devono fare anche 20km a piedi con la mercanzia in groppa. Anche qui impossibile fotografare, però noto che senza la macchina fotografica sono tutti più tranquilli e l’aggressività lascia spazio a sorrisoni e a qualche tentativo di comunicazione – gli HAMER parlano una loro lingua che non è l’Amarico. Incontro perfino una ragazza che mi riconosce dalla visita al villaggio. Si chiama Kanki ed insiste per essere fotografata anche al mercato; acconsento e mollo 2 birr. Tornando a piedi verso l’Evangadi Lodge, ancora tanti uomini e donne Hamer che affluiscono verso il mercato. La macchina fotografica è nello zaino ed i sorrisi e le strette di mano sono tanti; riusciamo anche a dare una mano a pompare l’acqua dal pozzo. Pranzettino con pizza e pennica dopo-pranzo fino alle 16, un gran lusso in questo lodge molto alla buona. Il pomeriggio è dedicato alle danze Hamer; non senza malintesi con la guida locale – in Etiopia bisogna ingaggiare una guida locale ovunque – ci riportano al villaggio del mattino, che pare sia il più grande e più bello della zona. Siamo i primi ma subito arrivano tante jeep e re-incontriamo tanti turisti già incontrati a Yabelo. Le danze iniziano in sordina, con un piccolo gruppetto di uomini che iniziano a cantare e saltare, ma pian piano dalle capanne iniziano a sciamare le donne ben agghindate. La luce del tramonto è fantastica e possiamo scattare tutte le foto che vogliamo – sono incluse nel biglietto di 100 birr (4 EUR) che abbiamo pagato, fino all’applauso finale, poi scatta immediatamente la tariffazione. Incontro di nuovo Kanki e la sua amica Ali che si dimostrano molto socievoli e sorridenti. Chiediamo in giro del SALTO DEL TORO, la cerimonia di iniziazione all’età adulta, tipica di queste tribù, ma nessuno ne sa nulla; pare ce ne sia stata una due giorni fa … solita fortuna.

TURMI – KOLCHO Etnia KARO (MAR 16 AGO)
Questa è davvero scenografica: siamo a KOLCHO, in corrispondenza di un’ansa del fiume OMO che sembra voglia tornare indietro, formando una grande U. Il villaggio dell’etnia KARO (che vuol dire mangiatore di pesce) è su un terrazzamento rialzato sull’ansa del fiume e lo spettacolo e grandioso. Quando arriviamo nello spiazzo davanti al villaggio, alcuni di loro sono già in posa, cantilenando 2 birr … 2 birr. Qui le donne sono rasate, niente argilla nei capelli, ma puntini colorati sul corpo e ornamenti vari fissati ai vari piercing sul corpo. I bimbi tutti rigorosamente col ciuffetto – presa e sui corpi degli uomini fango bianco su cui sono tracciati disegni. E tanti fucili; servono per le iene … ma intanto li sfoggiano. DIMEKA è un grosso bivio attorno al quale è sorto un villaggio – capita spesso in Africa. Ha un bel mercato, migliore di quello di Turmi; gli Hamer sono più numerosi, ma ci sono anche tanti Etiopi, un po’ di bancarelle di cibo ed anche manufatti artigianali tribali, con prezzi più che triplicati per i faranji, quindi è obbligatorio contrattare. Pranziamo al sacco nell’hotel di fronte al mercato – definirlo hotel è una forzatura – e qui l’esperienza è Africana al 100%. Sedie di plastica stinte dal sole e sgangherate, assi di legno come tavoli. Dentro buio, vernici azzurre e verdi consunte, frigoriferi che hanno tirato le cuoia e ritratti sbiaditi di Selassiè. In una stanzetta nel retro, tre anziani uomini Hamer chiacchierano sorseggiando un caffè, mentre in un angolo, alcune donne con bimbi piccoli e due vecchietti si prendono cura di un braciere su cui brucia incenso, mentre fuori il mondo continua a ruotare attorno a quei quindici turisti. Gli autisti e le guide sono attorno ad un tavolo su cui ci sono dei rametti con foglie verdi, il CHAT, soft drinks e noccioline. Mi invitano a provare il chat, mi dicono che rilassa; ne mastico un po’ … forse troppo poco … ma non mi succede praticamente nulla. Sulla strada di ritorno all’Evangadi Lodge mi sparerò una dormita di due ore … nonostante lo sterrato. Ritornati abbastanza presto al Lodge, abbiamo il pomeriggio libero per una doccia – sempre meglio approfittarne quando si può – per una partita a calcio balilla con i ragazzini di Turmi, e per ricercare un bar – parolone – che faccia la birra di sorgo, una sbobba gialla fermentata. Vari ragazzini fanno la gara per portarci nel “loro” bar – che si riconosce per una latta appesa ad un ramo all’esterno. Alla fine ne sceglieremo uno a caso, ma mi asterrò dall’assaggio. Chiediamo di nuovo in giro per il salto del toro, ma nulla. Tornando a piedi verso il Lodge incrocio la guida locale, che mi invita a casa sua; dentro trovo i nostri autisti n.2 e n.3. Altra esperienza Africana: casa buia, terra battuta per pavimento, tetto di lamiera. Sulla sinistra, con a coda dell’occhio, intravedo una stanza da letto, con tante di quelle cose ammassate che mi riesce difficile pensare che qualcuno possa dormirci. In fondo al corridoio un salotto, con un divano su un lato e due materassi su altri due lati della stanza. I due autisti svaccati fumano un narghilè e masticano chat. Mi aggrego … parliamo della sorella della guida che ha sposato un tedesco e ora sta li (mi mostra la foto) … dell’ AC Milan – maledetti – e dei massimi sistemi. Li saluto, torno a piedi al Lodge, dove trovo un’ottima pizza per cena ed un letto fantastico.
TURMI – OMORATE Etnia DASSANETCH – TURKANA LAKE (MER 17 AGO)
Sveglia con calma – gran lusso – ci avviamo verso OMORATE, posto di confine col KENIA. C’è tensione: il capo-autista dice che è pericoloso e non vuole andarci. Ma è nel programma. Fino ad Omorate sono due ore di strada neanche tanto male; poi bisogna lasciare i passaporti alla dogana. Mentre i doganieri copiano a mano i dati di sedici persone – ci stimano quaranta minuti, ma saranno di più – attraversiamo il fiume OMO su piroghe scavate in tronchi di legno. Siamo a pelo d’acqua e tanti fondoschiena sembrano troppo grandi per entrare nelle piroghe. Il fiume è gonfio e marrone e la corrente è fortissima; il barcaiolo risale la corrente lungo la riva, e poi si lascia trascinare per arrivare all’altra sponda. Il nostro uomo è un vero mago. Sulla sponda opposta di Omorate c’è il villaggio dell’etnia DASSANETCH. Pare siano tra i più poveri della regione; effettivamente sono ornati in maniera più sobria, le capanne sono molto più modeste e basse rispetto agli Hamer o i Karo visti fin’ora e si sono anche sistemati in una zona davvero polverosa. L’insistenza per fare foto – e guadagnare 2 birr – è davvero tanta, ma tanti sono anche i sorrisi che ci vengono dispensati. Ritornati sull’altra sponda – il mio bravissimo traghettatore non si smentisce – i passaporti sono stati vidimati, ma sono lunghe le trattative con la guida locale, col poliziotto che deve scortarci, e poi saranno sterrati, e poi sabbia, e poi checkpoint improvvisati nei villaggi, e bimbi, capre, polvere, polvere, fino ad arrivare ad una specie di piana fangosa che sarebbe il lago TURKANA. Siamo in Kenia … non accolti proprio benissimo nel piccolo villaggio ai bordi del lago. Non vogliono che facciamo foto – e non si tratta di pagare – e dopo un 15 minuti di trattative e litigi della guida locale, ci trasferiamo nel cortile sul retro di un negozietto per consumare il pranzo al sacco – un pentolone di maccheroni scotti al sugo, preparati al mattino … una bontà. Nel frattempo deve essersi sparsa la voce della nostra presenza e quando usciamo dal cortile, c’è una folla di bimbi attorno alle jeep, tenuti a bada con un frustino dal proprietario del negozio. Compriamo soft drink per tutti – beh quasi tutti. Impieghiamo quasi quattro ore per tornare al Lodge di Turmi … a pezzi.

TURMI – KEY AFAR – JINKA (GIO 18 AGO)
Ci viene accordata un po’ di flemma nell’ultima mattina all’Evangadi Lodge e ce la prendiamo tutta. 3h di sterrato ci separano da KEY AFAR e dal suo mercato; è il più grande e più bello della regione, ci sono le etnie BANNA e TSIMAI, c’è una grossa “sezione” alimentare, un bel po’ di manufatti etnici, ed una sezione per il mercato del bestiame … è sempre difficile fare foto senza dover discutere di birr.
Pranziamo al sacco al Nasa Hotel; io preferisco una grandissima Injera per la cifra spropositata di 25 birr = 1 EUR, che richiederà un mezzo litro d’acqua e un paio di ore di sonno per essere digerita. Giusto quanto mi serve per arrivare a JINKA, dove alloggiamo al ORIT Hotel, che – secondo la Lonely Planet – è il migliore in città … meno male che abbiamo spirito di adattamento. Visitiamo un villaggio dell’etnia ARI – senza particolari caratteristiche – che vivono in capanne abbarbicate sulle colline e producono vasi di terracotta, e riusciamo a tornare a JINKA nel pomeriggio col sole ancora alto e c’è mercato. Jinka potrebbe essere definita addirittura un posto carino. Le strade sono sterrate, ma c’è molta animazione in giro, molti negozietti e bar, una parvenza di struttura urbanistica con strade e piazze, un bel mercato animato fino al tramonto nella piazza principale, circondata da portici. C’è addirittura un striscia erbosa per l’atterraggio di piper; normale che sia occupata da capre al pascolo. Anche qui nessuno sa nulla del Salto del toro. Cena dimenticabile in hotel, con i camerieri che indossano camici da dottore (mah); di fronte all’hotel c’è anche il frequentato BAR OMO, dove prendere una birra dopo cena, magari senza cadere tra le braccia di qualche signorina ad ore.
JINKA – MAGO PARK Etnia MURSI (VEN 19 AGO)
Da Jinka la strada è fantastica; si inerpica su per montagne verdissime, per poi scendere in valli ancor più lussureggianti, attraversare fiumi e guadi, fino ad un piccolo cartello a stento leggibile – se non fosse per una guardia armata a presidiarlo. Siamo nel MAGO PARK; qualche scimmia ci attraversa la strada, i dik dik ai lati delle strade sono tanti e ogni tanto un pastore. Alto e grosso. Il primo villaggio che incontriamo è la nostra meta: il villaggio dell’etnia MURSI. Quelli col piattello labiale, quelli “famosi”. Appena arriviamo parte l’assalto ai fotografi, non aggressivi, ma molto insistenti. Toccatine, pizzicotti e qualche spremuta di tetta alle signore; chiedono birr o “bilàns” che sarebbero le lamette, con cui si producono cicatrici ornamentali. Sembra siamo consapevoli di essere famosi ed i prezzi sono più alti per le foto: da 3 a 5 birr. Ma sono davvero belli e agghindati per benino. Il piattello labiale pare sia un retaggio dell’epoca della schiavitù; in questo modo, le donne Mursi non venivano prese per essere deportate. Al ritorno mi ri-godo il paesaggio, che tanto valore dà alla parola Africa. E – miracolo – la guida locale ci comunica che stasera ci sarà il Salto del toro in un villaggio dell’etnia Banna. Arriviamo al villaggio verso le diciassette, con una luce perfetta per le foto. Il rito del Salto del toro segna il passaggio all’età adulta per i ragazzi tra i tredici ed i quindici anni – il problema è che qui nessuno conosce bene la propria età. La guida mi spiega: from tonight, he can have sex … e se la ride. Nel villaggio ritroviamo i trenta turisti con cui siamo soliti re-incontrarci ogni tanto, tutti affamati di foto e riprese, al limite dell’incidente diplomatico. Il rito consiste in una serie di balli rituali e di frustate che gli uomini infliggono alle donne – su esplicita richiesta delle donne – e nel mettere in fila un po’ di tori.. Il ragazzino designato dovrà dimostrare di essere adulto sltando sulle schiene dei tori così disposti. La cerimonia va un po’ per le lunghe e a tratti non è proprio comprensibile; le donne si spostano da una capanna a un’altra, ogni tanto chiedono ad un giovane una frustatina, poi un canto con un balletto, poi una bevutina di birra di sorgo fatta in casa. Fortuna che i 300 birr di “biglietto” ci consentono di fotografare senza problemi. Dopo due ore e mezza di questo andazzo e dopo un ballo degli uomini adulti del villaggio – col sole oramai sotto l’orizzonte – irrompono nel villaggio una decina di tori – in realtà sono dei vitelloni. Gli uomini adulti a forza li mettono in fila fianco contro fianco e il ragazzetto di turno corre sui loro dorsi, in sei secondi netti. Applauso, basta foto, tutti a nanna. Nonostante si chieda un obolo di 300 birr = 12 EUR, il Salto del toro è ancora uno dei segreti meglio custoditi della valle dell’OMO e non è ancora mercificato a tal punto da essere messo in scena appositamente per i turisti; è ancora un rito vero, genuino.

JINKA – KONSO – ARBA MINCH (SAB 20 AGO)
Devo avere qualche linea di febbre, per cui salto la visita al museo etnografico di Jinka e me la prendo comoda. A metà mattinata ci aspettano altri sterrati, altra polvere, altra musica Etiope sparata a palla da Yiob e ho la testa e le giunture che mi dolgono. Il pranzo a Konso sarà una tortura, così come anche la visita al bel villaggio di MECHEKE, dell’etnia Konso. Un vero peccato che non riesca a godermelo, perché è ancora migliore del villaggio Konso di Jesergio visto qualche giorno prima, meglio organizzato, con tutte le sue viuzze ordinate, le capanne dislocate sulle collinette, la piazza centrale con vista sulla valle.All’arrivo ad ARBA MINCH, dopo 60 km di strade letteralmente inondate di vacche, ho 39,5° di febbre. Fortuna che lo SWAINI LODGE sia un vero paradiso; corrente, acqua ed acqua calda 24h, letti fantastici, stanze super-pulite ed una vista sulla RIFT VALLEY commovente.
ARBA MINCH – CHAMO LAKE (DOM 21 AGO)
La tachipirina ha fatto il suo sporco lavoro e sono senza febbre; preferisco saltare il mini-safari mattutino – che mi dicono era evitabile – e rimanere “letteralmente” appollaiato sul filo del burrone che domina i due laghi Abaya e Chamo e la striscia di terra collinare nel mezzo, noto come Braccio di Dio. Mi faccio anche una cultura sugli uccelli; corvi, pellicani e caribù volteggiano per tutta la mattinata sulla mia testa, nello spazio di fronte a me e talvolta anche sotto di me, nello strapiombo. Spettacolo. Spettacolo che continua nel pomeriggio; dopo il pranzo con irruzione in sala dei babbuini che si fregano le zuccheriere, siamo sul lago, per visitare il “Crocodile market”, una zona del lago piena di coccodrilli – non è un mercato. Per quanto grossi e spettacolari, non sono gli unici abitanti del lago: colonie di ippopotami, pellicani che praticano la pesca sincronizzata, marabù che praticano l’immobilismo ed aquile calve che praticano la tintarella, immobili con le ali spiegate al sole. Il lago è molto vivo: i pescatori in piena attività sulle loro zatterine – una difesa davvero minima contro coccodrilli ed ippopotami –gli ippopotami in piena attività sessuale e i coccodrilli che ogni tanto scattano per uscire dall’acqua con un bel pescione in bocca. Bello bello bello, da fare al tramonto.Al ritorno al lodge ci aspettano una cena abbastanza buona e 4 chiacchiere con la luna piena che illumina la Rift Valley. Magia pura.

ARBA MINCH – CHENCHA Etnia DORZE (LUN 22 AGO)
Non lontano da ARBA MINCH, che non abbiamo visitato ma che, passando, ci sembra anche gradevole, c’è l’etnia dei DORZE, nel villaggio di CHENCHA. I Dorze sono famosi per le danze, per i tessuti e per le case con naso e orecchie. Lungo lo sterrato che si inerpica su per la montagna, folle di bambini si fiondano in strada tentando di guadagnare qualche birr con i loro passi di danza, ma Yiob tira dritto e strombazza col clacson. E’ anche l’unica etnia che si è data un’organizzazione per “affrontare” i turisti, per cui paghiamo 100 birr al capo-villaggio e siamo liberi; nessuno che chiede soldi, tutti che ci sorridono e la ricchezza viene distribuita tra tutti. Che bravi! Il capo villaggio ci mostra le loro case, con nasone e orecchie per ricordare gli elefanti che tanto tempo fa abitavano questi luoghi. Le case sono delle capanne altissime, perché mangiucchiate dalla termiti che ne erodono la base, facendole abbassare di qualche centimetro ogni anno. Assistiamo anche alla preparazione de Kitfo, la piadina preparata dall’Enset, il falso banano (un banano che non fa banane), uno dei cibi più ricercati tra i tre piatti tipici della cucina Etiope. Ce la fanno assaggiare, assieme alla loro grappa a base di miele ed anice, ci mostrano le stoffe che producono ed i berretti caratteristici – che ovviamente possiamo acquistare. Dopo la visita guidata siamo liberi di girovagare per il paese, dove c’è un bel mercato in uno spiazzo enorme. Molto bello, vi si trovano soprattutto cereali, verdure e cotone. Mi imbatto in tre preti ortodossi sulla strada, che entrano in un bar; li fotografo, se ne accorgono e mi fanno cenno di accomodarmi nel bar con loro. Posso mai rifiutare? Altra esperienza africana. Il bar ha le pareti azzurrine scrostate; all’interno non il solito bancone, ma tante panche, dove siedo con i miei nuovi amici, che chiedono di fotografarli. Fortunatamente c’è un vecchietto che parla un Inglese perfetto, altrimenti sarebbe stata dura. Il bar serve solo una cosa: un vino a base di miele. E’ arancione, leggermente alcoolico e dolce, servito in delle ampolle … davvero buono. Offro il primo giro ai miei amici e saluto. Sulla via del ritorno i bimbi ballerini sono sempre di più e sempre più sfrontati; nel pomeriggio libero decido di appollaiarmi nuovamente sullo strapiombo dello Swaini Lodge per gustarmelo al tramonto. Fantastico. Ci attende l’ultima cena con i driver e la torta per il compleanno di un compagno di viaggio.
ARBA MINCH – ADDIS ABEBA (LUN 23 AGO)
Giornata di trasferimento: per Addis Abeba saranno 480 km, di cui tanti di sterrato. Partiti alle 7 del mattino, arriveremo ad Addis verso le 17, con una sosta per il pranzo allo stesso ristorante del primo giorno a Butajira. Ad Addis abbiamo qualche ora libera. Tre tappe da non perdere, anche per una rapida visita di passaggio: il negozio di artigianato in Churcill Road – pare sia il più fornito della città. La chiesa di San Giorgio – nonostante ci sia un biglietto d’ingresso, ne vale la pena. Bellissima atmosfera, specie se c’è una funzione in corso; inoltre c’è la tomba di Selassiè ed suo trono. Un caffè allo storico Caffè Tomoca, un salto a ritroso nel tempo di 80 anni ed un ottimo espresso. Finiamo la giornata e la nostra avventura Etiope al ristorante AVAYA, non lontano dall’aeroporto, uno dei migliori di Addis Abeba, con un’ottima cena tipica, contornata da danze e canti tipici. Ci attendono ancora 5h da trascorrere in aeroporto e 7h di volo. Arrivederci Etiopia … ci incontreremo nuovamente.

DA SAPERE
VALUTA – Ad Agosto 2011, 1 EUR = 24 BIRR e quindi 1 BIRR = 0,04 EUR circa
VISTO – Il visto si ottiene all’arrivo in aeroporto ad Addis Abeba; costo 17 EUR.
CORRENTE – La corrente elettrica è a 220 V, 50 Hz, con prese a due poli tondi, come in Italia
SERVIZI – Come in tanti altri luoghi africani, acqua ed elettricità non sono continui. Bisogna sempre informarsi appena arrivati per conoscere gli orari. Quasi sempre la corrente va via alle 22, per cui si “campa” dalle 6 del mattino alle 21.
TRASPORTI – I trasporti pubblici esistono; ci sono bus che collegano quasi tutti i paesini, ma non i villaggi delle varie etnie, per cui la vera controindicazione nel viaggiare con i mezzi pubblici, oltre alla lentezza e all’affollamento, è il fatto di dover cercare poi un passaggio in loco per visitare i villaggi delle varie etnie, cosa quasi impossibile. Vale la pena contattare un’agenzia di Addis e farsi organizzare tutto il viaggio con jeep, autista e pernottamenti prenotati.
HOTEL – A differenza di altri paesi africani in cui c’è un minimo di scelta di livello degli hotel, in Etiopia – oltre i campeggi – ci sono le sistemazioni basic e quelle veramente basic. Con poche eccezioni, come Arba Minch, dove lo Swaini Lodge merita davvero.
LE TRIBU’ – Le tribù che si possono visitare hanno fatto della fotografia un vero e proprio business; inutile cercare di contrattare in una lingua che non è neanche l’Amarico. Conviene mettersi d’accordo prima di fare la foto e scegliersi il soggetto (o i soggetti) da fotografare, isolandoli dalla folla. Infatti ogni persona ritratta – anche per errore – pretenderà l’obolo pattuito. Un trucco per abbassare i prezzi è non fare foto per il primo quarto d’ora; le richieste passano da 3 birr a 2 birr – i bimbi anche ad 1 birr. I MURSI accettano lamette (bilàns) al posto dei birr – 1 lametta = 1 birr e sono quelli col listino più caro (da 3 a 5 birr a testa per farsi fotografare).
Sarebbe meglio non foraggiare questo tipo di commercio, visitando le tribù senza macchina fotografica; tuttavia, se si decide di fotografarli, visto il prezzo davvero esiguo, meglio non rimpiangere di aver fatto poche foto. In generale, conviene far mettere in posa i soggetti in modo che la foto venga il meglio possibile – sono tutti molto disponibili in tal senso.
CONTRATTEMPI – Non sottovalutare la risalita del cratere di EL SOD; i 150 birr per la risalita a dorso di mulo saranno davvero ben spesi.
CIBO – Si mangia sostanzialmente Injera. Quasi ovunque si trovano piatti di pasta al sugo, omelettes e riso con verdure. Un Injera per una persona costa circa 25/35 birr
REGALI – Vale la pena portare un po’ di regali, dato il livello di povertà dell’intera nazione. Caramelle, penne e quaderni quanto più si riesce a portarne, facendo attenzione a distribuirli sempre dal finestrino dell’auto, per non essere sopraffatti dalle orde di bimbi. Inoltre, partendo con abiti vecchi, che magari a casa non si utilizzano più, li si può indossare e poi regalarli, in modo da tornare col bagaglio praticamente vuoto; si faranno felici tantissime persone.
BLOG
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http://ethioemily.wordpress.com/
WIKI
http://it.wikipedia.org/wiki/Etiopia
http://en.wikipedia.org/wiki/Southern_Nations,_Nationalities,_and_People%27s_Region
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